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L’UNIVERSITÀ TRA INNOVAZIONE E RICERCA PRECARIA: IL BISOGNO DI INVESTIMENTI PUBBLICI

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Venerdì 9 febbraio ho partecipato all’ inaugurazione dell’anno accademico 2017-2018 dell’Università di Torino. La cerimonia è stata aperta dalla relazione del Rettore, Prof. Gianmaria Ajani, che ha illustrato lo stato di salute di cui gode l’ateneo torinese, che negli ultimi anni ha conosciuto un aumento di immatricolazioni  superiore al 20% e si è attestata al terzo posto in Italia per la qualità della ricerca.

Un momento della cerimonia di inaugurazione dell’anno accademico

Questi dati, di per sé positivi, non devono tuttavia nascondere le difficoltà oggettive a cui devono  far fronte la stessa Università di Torino e, più in generale, l’intero sistema universitario italiano. Si tratta di problemi ormai divenuti strutturali: il corpo docente, infatti, è oggi fortemente sottodimensionato in rapporto alla popolazione studentesca, mentre  i finanziamenti pubblici risultano spesso inadeguati a sostenere la ricerca (i fondi dedicati risultano il 30% in meno rispetto alla media dell’area OCSE).

Queste criticità possono essere affrontate e risolte solo attraverso un programma organico di riforme. Le proposte formulate dal Rettore puntano sulla riorganizzazione amministrativa, la semplificazione dei percorsi di accesso alla carriera universitaria, la riduzione dei settori scientifico-disciplinari, la ristrutturazione dei percorsi di dottorato, l’istituzione di un dicastero specificamente dedicato all’università e alla ricerca, l’adozione di un piano pluriennale di edilizia universitaria, la piena copertura economica del diritto allo studio, il finanziamento adeguato della ricerca di base e il consolidamento finanziario degli atenei.

Decisivo, in questo scenario, è il reclutamento di nuovo personale. Al sistema universitario italiano, ha detto Ajani, occorre un piano di investimenti pubblici che garantisca l’assunzione di almeno mille ricercatori all’anno per i prossimi cinque anni. Particolarmente urgente è la questione della stabilizzazione del personale precario che oggi, pur svolgendo attività essenziali a garanzia della didattica e della ricerca, vive con una prospettiva di futuro estremamente incerta. Il tema, di cui mi sono già occupato alcuni mesi fa presentando un atto di indirizzo in Consiglio regionale, è stato nuovamente sollevato dal Coordinamento delle ricercatrici e dei ricercatori precari nel corso della stessa inaugurazione dell’anno accademico: “Il Ministero a fine 2017 ha approvato un piano straordinario di reclutamento con 1.300 posti da ricercatori per le Università. Durante l’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università del Piemonte Orientale, la Ministra Fedeli ha ventilato un accantonamento dei fondi per un piano di reclutamento di ben 4.000 ricercatori fra RTDa e RTDb. Il rischio che siano solo promesse elettorali è alto! Ci rivolgiamo quindi al Magnifico Rettore, chi meglio di lui, può intervenire sulla situazione attuale? A livello locale può indirizzare la politica di spesa dei punti organico in nuovi posti da ricercatore, andando oltre ai requisiti minimi previsti dalla legge. A livello nazionale può chiedere che sia rispettato questo programma di reclutamento, in tempi brevi”. In calce a questo articolo è possibile leggere l’intero intervento del Coordinamento.

La cerimonia si è conclusa con la prolusione di Mariana Mazzucato, economista, docente presso lo University College di Londra e membro dell’Economic  Advisory Commettee del Partito Laburista britannico, che si è soffermata sul valore strategico dell’intervento pubblico per la promozione di innovazione e sviluppo. La Prof.ssa Mazzucato ha evidenziato la necessità di superare la visione ideologica che ha dominato l’occidente negli ultimi decenni, una visione per la quale la spesa pubblica, ritenuta improduttiva, deve essere fortemente ridotta e lo Stato deve limitarsi a garantire misure di emergenza o di arbitraggio in un contesto economico in cui solo il settore privato può agire virtuosamente. L’esperienza storica anche recente mostra in realtà l’infondatezza di questa visione: all’origine della profonda crisi economica e finanziaria iniziata nel 2008 (e che ancora perdura dopo dieci anni) fu proprio il debito e l’irresponsabilità di attori privati, non già la spesa pubblica; per contro è facile dimostrare come massicci interventi statali in economia abbiano condotto allo sviluppo di ricerche innovative dalle quali tutta la società ha tratto beneficio. Occorre allora ribaltare il paradigma e tornare a riconoscere al potere pubblico un ruolo di protagonista in economia. Si tratta di un passaggio cruciale per garantire maggior benessere ed equità alle nostre comunità. Anche nel caso specifico dell’università, è solo su questa base che potranno essere adottate riforme non occasionali, ma strutturali e proiettate verso il futuro.